Chi sono

Ho scelto di titolare il mio blog “Urli di colore” perché i miei dipinti hanno colori accesi, fortemente contrastanti. Sono come urli dell’anima; un misto di gioiosa espressione interiore e malinconia. È evidente a tal proposito il riferimento, in alcune opere , a Van Gogh, per il vigore e la violenza attraverso i quali esprime il suo malessere, e a Klimt per la ricerca decorativa. Ecco, nelle mie opere coesistono questi due elementi: il desiderio di realizzare cose esteticamente piacevoli e il bisogno incontrollato di esprimere un malessere intimo.



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sabato 6 febbraio 2016

Calendario del Liceo 2016. Eduardo, il cuore di Napoli


Illustrazione di Copertina

Il calendario dell’Isis “Rosmini”, dopo le scorse edizioni dedicate ai tre momenti della Commedia di Dante Alighieri, e al suo messaggio universale, ritorna in Campania con Eduardo De Filippo, il grande drammaturgo, poeta, regista e attore napoletano. Ma anche quello di Eduardo, benché la sua opera sia fortemente radicata nella sua città, è un discorso di portata universale. Erede di Luigi Pirandello, Eduardo, a differenza dello scrittore siciliano, non lascia il suo dialetto per l’italiano. Eduardo infatti scrive sempre in “vernacolo”, ma fa un lavoro sulla lingua napoletana aprendola a una migliore comprensione in ogni parte d’Italia, pur conservandone il timbro inconfondibile e tutta la potenza espressiva. Ma il teatro di Eduardo viaggia anche all’estero, e viene rappresentato fuori del nostro Paese. Da alcune commedie vengono tratti anche film, anch’essi destinati a viaggiare per il mondo, grazie al prestigio internazionale che il cinema italiano ha avuto per un lungo periodo a partire dal secondo dopoguerra. Così, Vittorio De Sica ha diretto, per esempio, L’oro di Napoli nel 1954, un film a episodi nel quale compare, come attore, lo stesso Eduardo, insieme a Totò e l’indimenticabile “pizzaiola” Sofia Loren, e Matrimonio all’italiana, dieci anni dopo, nel 1964. Tratta da Filumena Marturano, questa pellicola vede Marcello Mastroianni e Sofia Loren nei panni che erano stati di Eduardo e Titina De Filippo sia nella pièce teatrale del 1946 che nel film del 1951 diretto dallo stesso Eduardo. La commedia, in inglese, viene rappresentata nel 1977 a Londra, per la regia di Franco Zeffirelli, e a Broadway, negli Stati Uniti, nel 1979, sotto la direzione del grande attore inglese Laurence Olivier. Sono solo alcuni esempi per sottolineare la grande statura intellettuale di Eduardo, che viene chiamato ormai solo così, col nome di battesimo: una “sigla” riconoscibilissima. Una figura carismatica, a cui il nostro Istituto dedica un calendario monografico a dieci anni di distanza da quello dedicato, nel 2005, a un altro intellettuale – poeta, scrittore, regista – di rilievo internazionale: Pier Paolo Pasolini. Un filo rosso lega Pasolini e Eduardo. Pasolini, infatti, prima di morire assassinato, aveva progettato un film che avrebbe dovuto vedere proprio Eduardo nei panni del protagonista. Dopo Totò, ecco per Pasolini un altro attore napoletano, per un film purtroppo mai realizzato. In teatro l’eredità di Eduardo viene raccolta dal figlio Luca, prematuramente scomparso nel 2015 (il cui volto vediamo qui riprodotto soprattutto nelle tavole dedicate a Natale in casa Cupiello e a De Pretore Vincenzo). Ma tra i primi a “rilevare” il teatro di Eduardo sono anche i fratelli Aldo e Carlo Giuffré. Più recentemente, è toccato a Toni Servillo e a Massimo Ranieri, il cui viso scavato ha impressionanti somiglianze con quello di Eduardo. Quel volto – di Eduardo – che Mario Errico, docente di arte del “Rosmini” riproduce nelle tavole di questo Calendario. L’avete visto affacciarsi già nella copertina, il suo viso. Anzi, in un gioco virtuosistico di Errico, vediamo raffigurati i “volti” dell’attore nelle varie espressioni, così come vari, diversi, e tutti legati tra loro, sono i personaggi portati in teatro da Eduardo: i tanti personaggi napoletani, le svariate figure umane, tutte le possibili declinazioni colte nelle circostanze della vita. E segue poi, nelle pagine che ora scorrerete – o che avete già sogguardato –, la galleria dei personaggi di alcune delle commedie più famose: ma anche qui, spesso, Errico ci restituisce, in un’unica tavola, oltre che più momenti della vicenda, più espressioni della maschera naturale di Eduardo.  Un virtuosismo cromatico, pur nei soffusi colori pastellati, cui la tavolozza di Errico ci ha abituati, illumina i personaggi de Le voci di dentro: il protagonista è un commerciante di fuochi d’artificio. Un fuoco d’artificio è infatti la recitazione di Eduardo, la cui voce assume timbri e colorazioni varie, pur in una naturalezza che ci fa dire che, mentre gli altri attori “recitano”, Eduardo “parla”, “dice”. E nei colori soffusi e caldi di Errico questo dire riemerge, come nel sogno della memoria, e si fa ricordo vivo.
Enzo Rega

EDUARDO
Il cuore di Napoli

 

Tav.9 La grande magia


“Fuitevenne!”


“È stata tutta una vita di sacrifici e di gelo! Così si fa il teatro. Così ho fatto! Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l'ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato”. Così parlava Eduardo in quella che sarebbe stata la sua ultima apparizione pubblica, al Teatro Greco di Taormina, il 15 settembre 1984. Chi l’ha


Tav.14 - 24 maggio 1984, Eduardo all' Università La Sapienza di Roma

visto e ascoltato quella volta si è reso subito conto che si trattava del suo testamento spirituale. Nato a Napoli il 24 maggio 1900, Eduardo, pochi giorni dopo quell’ultima
comparsa, il 31 ottobre del 1984, è morto a Roma, dove viveva da anni. “Fuitevenne!” è la famosa esortazione con cui invitava ad abbandonare Napoli, se si voleva fare qualcosa di buono nella vita. Ma, con il suo teatro, scritto e recitato da lui stesso, con il figlio Luca, appena scomparso, Eduardo De Filippo non ha mai lasciato la sua città. E quando appariva sul palco di un teatro non solo il suo cuore batteva forte, ma anche quello degli spettatori. È in loro che il cuore di Eduardo infatti continuerà a pulsare finché qualcuno porterà in scena le sue battute. Non solo il cuore dei napoletani continua a battere per lui e con lui. Eduardo è un genio universale, come, in Italia, lo è stato Luigi Pirandello, che Eduardo ha conosciuto e il cui teatro, soprattutto in alcune commedie, ha per alcuni aspetti ripreso. Tanto “universale” che il presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini l’ha nominato senatore a vita. Eduardo è stato anche candidato al premio Nobel per la letteratura. L’immagine che ci si porta dentro per quell’ultima apparizione coincide con quella dell’intervento all’università di Roma di qualche mese prima, il 29 maggio 1984: il volto magro più scavato che mai, gli occhiali dalla montatura nera con una mascherina a coprire l’occhio sinistro.

La scuola del teatro

 
Eduardo è nato in teatro. Infatti – è bene ricordarlo soprattutto ai più giovani, ormai lontani da quel mondo, non solo per


motivi cronologici – è il figlio naturale del commediografo napoletano Eduardo Scarpetta: è la madre però, Luisa de Filippo, una sarta teatrale, a dare il suo nome ai figli: Eduardo, e Peppino e Titina (la maggiore d’età). I tre hanno spesso lavorato insieme, prima di prendere strade diverse, sempre nel mondo del teatro o del cinema. A soli quattro anni Eduardo debutta su un palcoscenico, come precoce è stato l’esordio del figlio Luca che ne ha raccolto l’eredità teatrale, ma anche l’impegno civile. Eduardo entra nel 1914 nella compagnia teatrale del fratellastro Vincenzo Scarpetta, un figlio invece riconosciuto dal padre, del quale porta in scena le commedie: un teatro apparentemente più “leggero” di quello di Eduardo De Filippo che, pur non rinunciando agli effetti comici, spesso irresistibili, dà un ritratto della Napoli e della società del suo tempo. Nel 1927 Eduardo crea, con ifratelli Peppino e Titina, una prima propria compagnia, la Galdieri-De Filippo. È nel 1931 che nasce però la compagnia chiamata Teatro umoristico I De Filippo, che mette in scena per la prima volta, in quello stesso anno, una delle commedie più famose di Eduardo, Natale in casa Cupiello. L’incontro con Luigi Pirandello, conosciuto personalmente, e con il suo teatro, contribuisce a far acquisire un respiro più ampio alla scrittura teatrale di Eduardo, che non rimane nell’ambito, pur prestigioso, della “commedia dell’arte” italiana. Nel 1944 litiga con il fratello Peppino e fonda una nuova compagnia, Il Teatro di Eduardo, che trova la sua sede nel Teatro San Ferdinando ricostruito a proprie spese dopo la guerra, nel 1948. Intanto, vengono rappresentate altre celebri commedie: Napoli milionaria! nel 1945, Questi fantasmi! e Filumena Marturano nel 1946. Seguiranno poi gli altri capolavori, tutti riuniti nelle due raccolte, Cantata dei giorni pari e Cantata dei giorni dispari.

La scuola della vita


L’impegno di Eduardo non riguarda solo il teatro, sebbene già
con il suo teatro svolga una funzione “civile” di analisi e critica della realtà. La ricostruzione del San Ferdinando, in nome dell’arte e della cultura a Napoli, già lasciano una forte impronta in questo senso: qui rappresenta non solo le sue opere, ma cerca di rilanciare le commedie di diversi autori napoletani. E Eduardo si batte anche la per la creazione di uno Teatro Stabile di Prosa nella sua città:  l’ambizione è quella di unire la grande tradizione teatrale partenopea con il grande teatro europeo. La battaglia culturale è una battaglia civile. Il riconoscimento è la nomina a senatore a vita conferitagli dal presidente Pertini nel 1981. Ma Eduardo esce dalla sala del teatro e va per le strade della città, i cui umori, malumori, speranze e disperazioni porta sulla scena. Se si dedica a corsi di drammaturgia all’università La Sapienza di Roma, corsi dedicati ai giovani, va anche a visitare i giovani meno fortunati dell’Istituto Filangieri, un carcere minorile di Napoli. Eduardo sarebbe contento di sapere che ora il Filangieri è stato riaperto  con il nome di “Scugnizzo Liberato”, ed è un luogo nel quale si svolgono attività gratuite come laboratori, cineforum e doposcuola.

“Te piace 'o presepio?” - 1931

Certe battute del teatro di Eduardo sono diventate
Tav. 4 Natale in casa Cupiello
famosissime, in alcuni casi proverbiali. Sono il logo che rendono immediatamente riconoscibile la commedia in cui vengono pronunciate, ma segnano anche una realtà umana. Come non riconoscere che “Te piace 'o presepio?” è il tormentone più famoso di Natale in casa Cupiello, e del teatro di Eduardo. E ci viene subito in mente il protagonista, Luca Cupiello, chiuso nel suo mondo, che è poi quello di una comunità d’affetti tradizionali che si riconosce intorno a uno degli emblemi cristiano-partenopei: il presepe. Ma mentre Luca vi si perde, come un eterno bambino, intorno la sua famiglia si dissolve: la figlia Ninuccia ha un amante che è amico del fratello fannullone, Nennillo, che, ignaro, lo riceve addirittura a casa nel giorno di Natale, e Luca, per sovrappiù, lo invita addirittura a pranzo, facendolo incontrare con il marito di Ninuccia. Quando se n’accorge, Luca ha un malore che lo porterà a morte. E sul letto di morte, Nennillo, alla solita domanda,  “Te piace 'o presepio?”, finalmente risponde “sì”. Ma il padre morente, in un’ultima allucinazione, stringe tra le sue mani quelle della figlia con quelle dell’amante scambiato per il marito Nicolino… ultimo inganno di questa tragicomica commedia degli equivoci.

“Ha da passà ’a nuttata” – 1945


È la guerra la protagonista di Napoli milionaria! del 1945. La


guerra combattuta al fronte ma anche quella della miseria quotidiana. Gennaro fa ritorno dalla guerra per trovare la famiglia intenta in loschi affari per tirare avanti: vorrebbe raccontare ciò che ha passato in guerra, ma nessuno lo ascolta, e si mette allora vicino alla figlia piccola, malata. “Ha da passà ’a nuttata”, dice il medico, intendendo che se sopravvive durante la notte, ce la può fare a salvarsi. Ma le occorre una medicina che non si trova in città: il sospetto è che sia stata nascosta, per farne aumentare il prezzo. La medicina la porterà il ragioniere Spasiano, ridotto in miseria da Amalia, la moglie di Gennaro. Eppure Spasiano, che ha dovuto usare la medicina per i propri figli, non si fa pagare: però fa notare alla donna che quando si trattava di non far morire di fame i figli del ragioniere, lei non è andata tanto per il sottile. Eppure, dice Spasiano, incarnando una morale diversa, basata sulla reciproca solidarietà: “Chi prima, chi dopo, ognuno deve bussare alla porta dell'altro”. Le cose nella famiglia di Gennaro prendono una piega diversa: la bambina si salva, il figlio Amedeo smette di rubare, la moglie Amalia rinuncia alla sua brama di denaro. E così la celebre battuta, “Ha da passà ’a nuttata”, esprime anche la speranze che prima o poi la notte passerà, e un nuovo giorno, migliore, ne prenderà finalmente il posto.

“ ‘E figlie so’ figlie e so’ tutt’eguale!” - 1946

 
La crisi della famiglia è al centro di una successiva commedia


di Eduardo, Filumena Marturano del 1946. Filumena, che è stata prostituta da giovane, viene mantenuta per venticinque anni da Mimì Soriano, un ricco pasticciere napoletano, che è stato suo cliente. Ma non la sposa. E Filumena lo prende con l’inganno, fingendosi in punto di morte, e ottenendo così il matrimonio. Ma è anche il momento della resa dei conti da parte della rediviva Filumena, che ha avuto tre figli, che ha mantenuto nel frattempo “a distanza”. I tre figli, che non si conoscono, sono ormai cresciuti. E uno di loro è figlio di don Mimì, ma Filumena non gli dice quale. Appunto: “ ’E figlie so’ figlie e so’ tutt'eguale!”. Mimì, che aveva deciso di sposare davvero Filumena (il matrimonio estorto con l’inganno non è valido), vuole mandare tutto all’aria. Ma si sente chiamare “papà” da uno dei ragazzi, e allora… Ecco, così viene superata la crisi della famiglia: anzi, finalmente la famiglia viene costituita. Filumena percorre tutto il cammino: da prostituta a mantenuta a moglie. È anche la condizione della donna, il suo sfruttamento, a essere messo sotto accusa. Filumena è il personaggio positivo. Mimì invece, fino alla “conversione” finale è l’uomo, il “maschio”, mediocre, preoccupato solo di se stesso, del proprio piacere e del proprio benessere.

“Un avvertimento affettuoso” – 1960


Un uomo di tempra diversa è invece Antonio Barracano,

Tav.12 Il Sindaco di Rione Sanità

ovvero Il sindaco del rione Sanità, come recita il titolo della commedia del 1960. A prima vista può sembrare una specie di “padrino”. Di sicuro, è un delinquente borderline, ma che persegue l’obiettivo di portare la giustizia (dopo essersi lui macchiato di un delitto, facendola franca) a costo di rimetterci la vita, come difatti avviene. Barracano viene “consultato” da due giovani fidanzati. Lui, Rafiluccio, è figlio di un ricco panettiere che l’ha cacciato di casa; lei, Rituccia, è già incinta. I due fanno la fame, e Rafiluccio ha deciso di uccidere il padre. Anche questa è proprio una bella famiglia! Barracano, che vuole evitare il delitto, viene accoltellato dal panettiere. Il “sindaco” però, invece di farsi curare in ospedale, impiega le ultime ore per estorcere al panettiere un aiuto economico per Rafiluccio, e poi morire assistito dal suo braccio destro, il dott. Della Ragione. E proprio Della Ragione, che in una scena precedente aveva detto di volersene andar via, era stato minacciato di morte da Barracano. Anzi, il Sindaco del Rione Sanità aveva chiarito la differenza tra  minaccia e avvertimento: la minaccia la fa l’uomo “di niente”, che poi non è capace di combinare un bel nulla; l’avvertimento è invece di chi fa seguire i fatti alle parole, e che perciò, prima di agire, si preoccupa di avvisare la sua possibile vittima: il suo è un "avvertimento affettuoso".

“Per favore, un poco di pace!” – 1948

 
Tornando indietro nel tempo, troviamo un’altra famiglia strana, quella dei Cimmaruta, nella quale tutti sono disposti a sospettare di tutti. A dar via alla vicenda è Alberto Saporito. Una notte sogna che i vicini, i Cimmaruta, appunto, uccidono l’amico Aniello Amitrano facendone sparire il cadavere: scambiando il sogno per realtà, tanto è vivido, li denuncia.  I Cimmaruta, uno alla volta, vanno a trovare Alberto, e si accusano l’uno con l’altro, per poi decidere di uccidere Alberto per salvarsi dall’accusa per un omicidio che nessuno ha commesso, ma che ciascuno ha considerato “possibile”. Sogno e realtà si confondono in questa amara commedia, dal sapore pirandelliano. Su tutto campeggia il tema dell’incomunicabilità, che trova massima espressione nello zio Nicola, che, deluso da tutto, ha smesso di parlare e si esprime con dei suoni simili a scoppi di petardi. Volendo mantenersi estraneo al mondo, abita in una palafitta al centro della casa, dove morirà, durante la commedia, esclamando: “Per favore, un poco di pace!”.

“Gli esami non finiscono mai” – 1973

 
Anche il protagonista dell’ultima commedia scritta da
Tav.12 Gli esami non finiscono mai
Eduardo, Gli esami non finiscono mai, tal Guglielmo Speranza, fingerà, verso la fine della sua vita, di non poter parlare più. È il suo modo per ritirarsi da una vita che gli è apparsa come una serie di prove, di esami appunto, da superare continuamente. Prima l’esame di laurea, poi l’esame cui l’hanno sottoposto i suoi futuri suoceri che gli consentiranno di sposare Gigliola solo se si dimostrerà in grado di fare una carriera brillante. Prova che supererà, riuscendo dunque a sposare Gigliola, dalla quale avrà due figli. Ma anche qui la famiglia risulta fonte di delusione, e la vita di Guglielmo amara, fino appunto alla scelta del silenzio. Dal tutto emerge una dura verità, la vita è una serie di prove da superare, appunto: “gli esami non finiscono mai”. Un’espressione divenuta proverbiale, a sottolineare il carattere universale dell’opera del grande Eduardo.

Enzo Rega

sabato 14 febbraio 2015

Un Viaggio verso la Luce. Commento alle illustrazioni del Calendario dell'Istituto Superiore "A. Rosmini" di Palma Campania



UN VIAGGIO VERSO LA LUCE

di Enzo Rega

Dio, il cielo, la donna




La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove



Non sta a noi 
dire qui che la cantica del Paradiso è quella più teologica, e filosofica. D’altronde, basta la celebre terzina iniziale, riconducibile alla concezione di san Tommaso, per averne immediata conferma. Tomismo o meno, il Dio di Dante, pur “trascendente”, come deve essere per cristiani e cattolici, non se ne sta però semplicemente fuori e al di sopra delle cose. La sua luce, pur se con forza diversa, è presente in ogni parte del creato, tutto pervadendolo. Ma se Dio è in tutte le cose, c’è un luogo, più alto, nel quale la sua gloria splende pienamente. E il viaggio del Poeta lo sta portando proprio al suo cospetto.


Ma adesso non bastano più la poesia e la cultura – cioè, Virgilio – per compiere questa decisiva tappa del percorso. Sono la donna, e l’amore, a permettere questo “miracolo”. Mentre descrive quattro cerchi che si congiungono per costituire tre croci – un’immagine insieme astronomica (per indicare equatore e meridiani terrestri) e religiosa (per alludere forse anche, al contempo, alle virtù cardinali e teologali), Dante incontra la “sua” donna:

quando Beatrice in sul fianco sinistro
vidi rivolta e riguardar nel sole


È allora, come di rimbalzo, che, attraverso la direzione dello sguardo di Beatrice, anche quello di Dante si rivolge verso la luce del sole, riuscendo a fissarla più a lungo di quanto occhi umani normalmente possano. È come se Beatrice prendesse in grembo Dante, per condurlo verso Dio. La donna, al di là dei costumi dei tempi, e al di là della stessa concezione che la chiesa cattolica ne ha avuto, ha un ruolo centrale nel cristianesimo. Non è solo Eva che induce al peccato Adamo. È anche Maria, la Madonna (ovvero, la donna: questo significa madonna – mia donna), madre di Dio. Papa Luciani, nel suo brevissimo pontificato, ebbe l’occasione di dire una frase bellissima, a proposito della misericordia divina: “Dio è padre, anzi, è madre”.


Ma anche per quanto concerne connubio tra amore e verità possiamo veder comparire, al di fuori degli intenti di Dante, una donna. Come non pensare, infatti, a Diotima, che Socrate e Platone considerano propria maestra – una donna. Diotima che dice: “amore è filosofo”. Cioè l’amore, anche quello per la bellezza terrena, ci “trascende” verso la verità. Non accade lo stesso a Dante, grazie al suo amore per Beatrice?

Del divino e dell’umano

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
muovesi l’acqua in un ritondo vaso,
secondo ch’è percosso fuori e dentro:
ne la mia mente fé subito caso
questo ch’io dico, sì come si tacque
la gloriosa vita di Tommaso,
per la similitudine che nacque
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui sì cominciar, dopo di lui, piacque

Di nuovo l’immagine di cerchi (il cerchio è simbolo di perfezione, ma anche dell’infinito), ma qui per una similitudine che indica il sovrapporsi di onde sonore, di un parlare che nasce dal silenzio e percorre gli spazi: la voce di san Tommaso, il dottore della Chiesa, e quindi portavoce di Dio stesso, e dall’altro di nuovo Beatrice, la voce umana che conduce però a Dio, e che richiama l’attenzione di Dante sulla luce divina. Il cerchio è anche quello delle anime che si dispongono intorno a Dante, prima di assumere l’aspetto di una croce greca con Cristo al centro. È l’insieme dei corpi (in questo canto XIV si presenta anche il dilemma della “resurrezione della carne”) che disegna la croce, l’emblema della vita ultraterrena nella quale si sublima il viaggio terreno. Pur nel più etereo Paradiso, la corporeità è presente, per quella commistione di anima e corpo che sono gli esseri umani, quella condizione assunta da Dio stesso che in Cristo si fa uomo. Anche il divino, dunque, si fa strada attraverso l’ineludibilità della carne.

Dante e la luce da portare nel mondo

Ché se la tua voce sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò fa d’onor non poco argomento.

Sono queste le celebri parole di Cacciaguida, il trisavolo di Dante, che profetizza l’esilio del suo discendente, e contemporaneamente lo investe d’una missione politica, o, ancora, in senso più ampio, etica. Il canto XVII è in una posizione centrale nel Paradiso, preceduto da sedici canti, e seguito da altrettanti sedici. Come a dire che il viaggio ultraterreno del suo protagonista non ha come scopo il solo rinnovamento interiore e personale dell’uomo-Dante. Al contrario, il cittadino-Dante ha una missione più alta che mira al rinnovamento dell’umanità intera. È nel mondo, nella città terrena, nella società che va portata la scintilla della luce e della verità contemplate.

Come non pensare allo schiavo della caverna di Platone, il quale, uscito all’aria libera, dopo aver goduto della luce del Bene, torna dagli altri prigionieri, nella grotta, a portare la verità, a rischio della propria vita stessa. Il Paradiso di Dante, dunque, è in stretto rapporto con la terra, pur ancora essa civitas diaboli. Il messaggio di Dante diventa sempre più universale. Nei due canti precedenti, in cui compare già Cacciaguida, ci si è andati liberando da ogni “incrostazione cronachistica” e Dante diventa l’uomo giusto che attacca i corrotti non più spinto da eventuale e meschino livore personale.

Se già il ruolo di Virgilio nelle cantiche precedenti ci fa capire che è la cultura, pur in relazione alla fede (il connubio ragione-fede è rappresentato dallo stesso Tommaso d’Aquino), è la sola a poter liberare l’uomo, qui viene riaffermata con grande forza, e alta poesia, la funzione salvifica della verità.


La visione della verità nel Dio-universo

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura, 
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che l’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

È Bernardo di Chiaravalle a pronunciare, all’inizio dell’ultimo Canto, questa celebre orazione “presentando” Dante alla Madonna. San Bernardo, mistico e teologo, prende dunque il posto di Beatrice nella tappa finale di avvicinamento a Dio: ma anche qui il percorso prosegue grazie all’intercessione di un’altra figura femminile: Maria, madre di quel Dio di cui pure è figlia e alla cui mediazione si deve dunque l’incarnazione con la quale Dio-Cristo vuole ricondurre a sé un’umanità sviata aprendole la porta del cielo.

Ma che Bernardo sia studioso raffinato, versato in particolare negli studi mariani, dice di nuovo che amore e sapere sono inscindibili. Grazie a lui, finalmente Dante può gettare uno sguardo nella “luce etterna”, in quell’“amor che move il sole e l’altre stelle”. Ma qui a Dante viene meno il linguaggio, non c’è parola umana che possa descrivere ciò che vede. E tornano le immagini di un cerchio nel quale ora sono dipinte le figure degli esseri umani: ma la difficoltà di Dante è quella di capire come alla forma del cerchio si adatti quella umana.

L’aspetto più grandioso è quello per il quale, nella visione di Dio, si coglie, in un attimo tutta la vicenda dell’universo: qualcosa che appunto non si può ridire. Dante si sperde e si bea allo stesso tempo nella visione di un “universo” che raccoglie istantaneamente il “pluriverso” di tutto ciò che è esistito, che esiste, che esisterà. Non solo Dio è in tutte le cose, ma tutte le cose sono in Dio. La missione umana-troppo umana di Dante, che pure abbiamo visto preconizzata, a sua volta “s’indova”, si inscrive in un’immensa tessitura cosmica, tra micro e macrocosmo. Tra uomo e Dio:


Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.


Nota. Abbiamo seguito la seguente edizione: Dante Alighieri, “Commedia – Paradiso”, a cura di Emilio Pasquini e Antonio Quaglio, Garzanti, Milano 1986




Il Paradiso di dante. Un Viaggio verso la Luce. Premessa di Enzo Rega

Eccoci al Calendario 2015 dell’Isis “Rosmini” di Palma Campania. Una tradizione cominciata più di dieci anni fa, ormai, quando il nostro Istituto era ancora, ufficialmente, un Liceo classico, pur con altri indirizzi, allora sperimentali. Non a caso, quindi, il primo Calendario fu dedicato al mondo classico. Nel corso degli anni, i temi prescelti si sono mossi tra attenzione al territorio – personaggi, giardini e palazzi di Palma, nonché al suo Carnevale –, a ricorrenze – l’anniversario della morte di Pasolini e i centocinquant’anni dell’unità nazionale –, a tematiche d’attualità, come la condizione femminile, e ad altri aspetti della cultura: il viaggio di Ulisse nell’Odissea, o quello di Dante nell’oltretomba. È proprio l’itinerario dantesco che viene ora a compimento con questa edizione dedicata all’ultima cantica, il Paradiso, dopo led tappe degli anni scorsii, riservate a Inferno e Purgatorio.
Come sempre, un commento affianca le tavole. Un commento che non vuole certo essere, e non potrebbe in questo contesto, un’analisi filologica e critica. Piuttosto, cogliere qua e là spunti per una riflessione che possa valere anche per l’oggi, in quest’epoca e in questo mondo tormentati, nella speranza che il riferimento alla cultura, alla ragione e al sentimento artistico possa servire da antidoto contro barbarie sempre rinascenti.
Collaborano allora, su queste pagine, testo e immagini. Supporto ineludibile, quello della vista, nel rispolverare il classico per eccellenza della nostra letteratura, oggi, nel pieno di quella che viene chiamata “civiltà delle immagini”. Ma se ci pensiamo, ogni civiltà ha conosciuto il proprio corredo di immagini. La stessa Commedia di Dante ha avuto celebri illustratori. Le chiese e i palazzi dei nobili hanno sempre avuto  le loro gallerie di immagini – quadri, affreschi, arazzi. Le stesse facciate delle case recavano i propri ornamenti raffigurativi. Quella umana, da quando, nelle caverne, l’uomo ha cominciato a usare le mani per disegnare e ricavare pigmenti naturali, è sempre stata una civiltà delle immagini, appunto fin dalla preistoria, e prima di ciò che consideriamo “civiltà”.
In questa grande illustrazione dell’umanità allora si inseriscono, con pudore, questi commenti visivi dell’opera di Dante, affidati come sempre, per quanto riguarda i nostrani calendari, alla mano e allo sguardo di Mario Errico, docente di arte del “Rosmini”. Qui alle prese con una cantica meno iconica e più astratta, teorica, com’è quella del Paradiso. C’è allora una velatura violacea che attraversa le varie tavole a rendere questa atmosfera eterea, nella quale tuttavia, raccogliendo la sfida, calare i personaggi: cioè, per dirla con il Dante dell’ultimo canto del Paradiso, il XXXIII, e il centesimo complessivo, a fare la quadratura del cerchio, ad adattare la figura umana a quella circonferenza che il Poeta vede dinnanzi a sé. Al Dante, intento a scrivere nella poca ma serena luce della sua stanza, segue l’immagine di Beatrice, che lo solleva alla luce celeste, e quella di Barnardo che pone il Poeta davanti alla stessa luce divina, in un’esplosione – quasi da cosmico Big-Bang – che sovrasta le due figure. Questo viaggio verso la luce, nella luce, affronta Errico, anche con i vividi colori che, allo stesso tempo, sembrano pastellati (non è questa connotazione tecnica), nel senso che conservano in sé la pasta, la materia di cui sono fatti: come le anime sono ancora, nella resurrezione dei corpi, la carne che furono. E l’esplosione dei colori si mantiene, in queste tavole, allo stesso tempo come soffusa. L’unico modo per avvicinarsi a un mistero insondabile all’occhio, alla parola, alla mente umani.

Enzo Rega

mercoledì 29 gennaio 2014

Il Purgatorio di Dante: un viaggio purificatore

Continua, quest'anno, la tradizionale pubblicazione del Calendario illustrato dell'I.S.I.S. (ex Liceo Classico) A. Rosmini di Palma Campania con la seconda parte del viaggio di Dante nella Divina Commedia. Di seguito le illustrazioni e il commento di Enzo Rega.


Il Purgatorio: un Inferno rovesciato
Con l’uscimmo a rivedere le stelle, la conclusione della prima Cantica, l’Inferno, sembra restituire speranza a Dante, accompagnato dal suo maestro Virgilio. E in effetti, al cono rovesciato che si apre all’interno della terra, nella terra sprofondando, in antitesi “corrisponde,” scrive Natalino Sapegno, “con l’esattezza di un calco che riproduce il disegno
 della sua matrice, nel mezzo dell’emisfero opposto, solitaria nell’immenso oceano, l’altissima montagna dell’Eden, sulle cui pendici Dante colloca, come sui gradini di una scala che faticosamente ascende verso il cielo, le anime dei penitenti intenti… a rendersi degni della promessa beatitudine”.
Ecco allora questo “secondo regno”: “calco” del precedente, e quindi come esso luogo di espiazione, ma opposto, aperto cioè alla speranza della redenzione. Dalla notte infernale, infatti, Dante e Virgilio, scrive ancora Sapegno, si trovano “d’un tratto in un mondo nuovo, soffuso di tenue luce aurorale”, con un cielo d’un azzurro sereno solcato da astri luminosi.
Questa atmosfera rendono i primi versi della nuova Cantica:


Per correr migliori acque alza le vele
ormai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro sé mar sì crudele;
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirto si purga
e di salire al ciel diventa degno.

L’eco universale dell’Inferno riparla nelle vicende degli uomini di ogni tempo, e nelle anime dei dannati trasportati da Caronte possiamo ritrovare tutti I dannati della terra, come Frantz Fanon, scrittore martinicano discendente di schiavi negri, chiama i popoli colonizzati, con un’espressione che possiamo riferire a tutti coloro, persone o intere comunità, che, abbandonata la scialuppa infernale, s’imbarcano ora speranzosi su questa nuova “navicella” del Purgatorio. E vedervi tutti i popoli che escono da guerre e regimi dittatoriali, o anche che sporgono fuori il capo da profonde crisi economiche.

Ahi, serva Italia!
Il Purgatorio non è però già il Paradiso. È Catone Uticense a farsi incontro ai due – Dante e Virgilio – con parole minacciose che fanno intendere come l’ascesa al cielo non sia cosa già fatta. I popoli che escono da una guerra, da una dittatura, da una crisi epocale devono ricostruire sulle macerie, a partire dalle macerie: è questa una condizione purgatoriale, un compito nuovo da affrontare ma, questa volta, nella prospettiva di una salvezza.
Ed ecco, nel Canto VI, le anime affollarsi intorno ai due viaggiatori per chiedere di abbreviare la loro permanenza nell’Antipurgatorio. Quella permanenza che sembra ancora destinata al nostro Paese che, risorto dalle macerie del fascismo e della seconda guerra mondiale come repubblica democratica, fatica a trovare un vero assetto dignitoso. Tanto che possiamo rileggere, sentendola purtroppo ancora attuale, la celebre terzina nella quale Dante, vedendo abbracciarsi i due mantovani, Virgilio e Sordello di Goito, che si riconoscono come concittadini, apostrofa così la propria Patria:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincia, ma bordello!



Ecco qui una nuova imbarcazione, dopo quella infernale di Caronte, e quella che ha aperto il Purgatorio: ora si tratta dell’Italia stessa, una grande nave che, per fare “l’inchino” ai troppi potenti di turno, finisce per restare, ieri come oggi, senza un vero timoniere e rischiarare il naufragio. Dimenticando i sobri costumi di una pudica donna di provincia – quel mos maiorum che Catone stesso invano riproponeva ai suoi compatrioti nell’antica Roma repubblicana –, l’Italia di oggi e di ieri appare un gran carrozzone circense, un bordello dai costumi smodati

Seguiamo poi Dante percorrere le cornici del Purgatorio, incontrando, in sette gironi, altrettanti “vizi”. Passano davanti a lui i superbi (Canto X), gravati dal peso di grossi macigni che li costringe, rannicchiati, a volgere verso il basso, in segno d’umiltà, i volti che una volta venivano tenuti superbamente levati; o costretti a guardare poco oltre (Canto XII) bassorilievi raffiguranti esempi di superbia.
Ecco poi (Canto XIII) gli invidiosi, con indosso un saio che li obbliga a un atteggiamento d’umiltà, e gli occhi cuciti, perché non guardino più ciò che suscitava la loro invidia: ne conosciamo persone che, sulla base del “perché a loro sì e a me no”, si sono dati a ogni sorta di malversazione per avere ciò che invidiavano agli altri?

O sono forse migliori gli
accidiosi (canto XVIII), invece inerti e anche inermi nei confronti dell’altrui mal operare, costretti qui, per contrappasso, a correre (loro) gridando esempi sia di buon operare che di accidia punita.
I golosi (canto XXIII) invece se ne stanno, magri, affamati e assetati, sotto un albero colmo di frutta che non riescono a raggiungere. Tra queste anime di peccatori, Dante ravvisa il poeta Forese Donati con il quale imbastisce una conversazione che l’accompagna fino al Canto successivo, nel quale compare una profezia che riguarda il fratello del poeta, quel Corso Donati, guelfo nero, che Dante ritiene responsabile della rovina di Firenze: questi, trascinato da una bestia diabolica, sprofonderà all’Inferno. Torna qui, prepotente, la “corda civile” di Dante che, additando la corruzione del proprio tempo nella propria Patria, auspica una ‘salvazione’.

Nella settima e ultima cornice, è la volta dei lussuriosi (canti XXV-XXVI), avvolti da fiamme che ricordano quelle, metaforiche, della passione che li avvolse in vita. Ma tra queste anime incontra pure quella del poeta e maestro della poesia italiana, che così si presenta: “son Guido Guinizelli; e già mi purgo, / per ben dolermi prima ch’allo stremo”; cioè, per essersi pentito prima di morire, Guinizelli s’è salvato dall’Inferno. L’affetto che questo incontro muove in Dante sta lì a testimoniare che, pur nelle miserie civili, la poesia, la cultura rappresentano una leva potente.

Attraverso il fuoco purificatore
Perché il riscatto sia possibile, e perché sia davvero consentito sollevarsi più in alto, è necessario affrontare una vera “prova del fuoco”, questo perché solo la forza rigeneratrice delle fiamme davvero purifica. In pratica, Dante, per procedere, deve superare il “muro di fuoco” che avvolge la cornice dei lussuriosi. Virgilio stesso esorta Dante, spaventato da tale prova: “Or vedi, figlio: tra Beatrice e te è questo muro” (canto XXVII).

E così Dante supera la prova e i due pellegrini riprendono il viaggio verso la vetta. Fermatisi per la sosta notturna, Dante ha un sogno che prefigura il Paradiso ormai davvero vicino: vi compaiono due donne, che anticipano Beatrice. A parlare è la prima, una donna giovane e bella, che va raccogliendo fiori, e che presenta se stessa e l’altra figura femminile, sua sorella:

Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi allo specchio, qui m’adorno;
la mia suora Rachel mai non smaga
del suo miraglio, e siede tutto giorno.
Ell’è di suoi belli occhi veder vaga
com’io dell’adornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga”.

Chi sono queste due misteriose donne? Si tratta di Lia e Rachele, le due figlie di Labano e Giacobbe, di cui narra nella Bibbia: esse rappresentano rispettivamente la “vita attiva” e la “vita contemplativa”. Evidentemente, per Dante, che ha ripercorso nell’Inferno e nel Purgatorio le miserie umane, solo impegno concreto e studio, congiunti, possono indicare una via d’uscita. Bello è che, come per Beatrice, si tratti di donne! E viene in mente una donna del Novecento, la filosofa Hannah Arendt, che s’è occupata dei totalitarismi contemporanei, e che ha intitolato proprio Vita activa e La vita della mente due sue importanti opere.
Ma torniamo a Dante che, sulla base di questi auspici, finalmente è pronto a compiere l’ultimo salto verso il Paradiso, ora non solo per contemplare le stelle, ma per innalzarsi fin lassù:

Io ritornai dalla santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire alle stelle.
                                                                                                                                      
                                                                                                                                         di Enzo Rega





------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------I riferimenti nel testo sono a Dante Alighieri, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia, Firenze 1956, 1969; Frantz Fanon, I dannati della terra (1961), Einaudi, Torino 2007; Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana (1958), Bompiani, Milano 2000 e La vita della mente (1978 ), Il Mulino, Bologna 2009.

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mercoledì 27 febbraio 2013

Minosse

Minosse. Bozzetto per  il Calendario 2013: "L'Inferno di Dante. Un viaggio tra dolore e speranza".

I Ladri

I Ladri. Bozzetto preparatorio per il Calendario 2013: "L'Inferno di Dante. Un viaggio tra dolore e speranza".

mercoledì 19 dicembre 2012

L'inferno di Dante. Un viaggio tra dolore e speranza

Anche quest'anno, il Liceo Classico "A. Rosmini di Palma Campania, propone il Calendario Illustrato con i disegni di Mario Errico e il commento di Enzo Rega.
Di seguito, il commento di Enzo Rega e alcuni particolari delle illustrazioni del Calendario.

L’INFERNO DI DANTE. UN VIAGGIO TRA DOLORE E SPERANZA
di Enzo Rega

Dante nella Selva oscura
La poesia contro smarrimento e violenza
Nonostante le sofferenze di tanti studenti – il disagio di chi deve accostarsi a un capolavoro la cui lettura viene imposta, e come fare diversamente se si vuole che una civiltà progredisca a partire da quanto di grande ha prodotto? – la Divina Commedia e il suo autore Dante Alighieri continuano a farci onore anche all’estero. Tanto per fare solo qualche esempio, il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges invidiava la nostra Commedia e i grandi studiosi che l'avevano commentata; e il critico americano Harold Bloom inseriva il poema nel suo Canone occidentale, considerandolo secondo per universalità solo ai drammi di Shakespeare: possiamo non essere d’accordo sulla graduatoria finale, ciò testimonia comunque l’incondizionata considerazione in cui la grande cultura ha tenuto e tiene quest’opera. Non solo, ma cosa dire invece, per la “fruizione” popolare, dei vecchi contadini toscani che ne sanno recitare interi canti a memoria? È quella tradizione che vede uno degli ultimi eredi in Roberto Benigni, che, insieme al fascino dell’endecasillabo dantesco, sa far sprizzar fuori, nelle sue letture, anche la capacità di Dante di parlare alle donne e agli uomini di oggi.
Come non riuscire a sentire che quell’eccezionale attacco

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita



La lupa
non solo vibra nei nostri petti nei momenti di personali smarrimenti, ma riecheggia nelle vicende di popoli interi e in intere epoche, come quella che viviamo ora, in cui un intero Paese, un’intera civiltà – quel mondo occidentale della cui storia Dante è stato uno dei maggiori rappresentati e interpreti – sembrano andare alla malora. E si sa come la “corda civile” fosse per il poeta fiorentino così forte nella sua opera e nella sua vita. Eccoci quindi tutti esposti all’attacco delle tre fiere, lonza leone e lupa, vale a dire – come qualcuno ne interpreta i significati allegorici – lussuria violenza e frode, o qualcosa del genere. Se Dante ripiega timoroso su se stesso, soprattutto sotto la minaccia livida della lupa – la più infida e misteriosa delle tre belve – è l’improvvisa comparsa di Virgilio a sottrarlo al pericolo. Virgilio: la poesia, la cultura. Non è forse, anche di questi tempi, nei nostri tempi, che ci sia di nuovo bisogno, dopo che l’assalto congiunto di ladri e fornicatori l’ha fatta da padrone a lungo, di cultura
Gli Ignavi

Caronte del XX secolo
Li abbiamo visti quei corpi ammassati, stipati in vagoni ferroviari, li abbiamo visti, nudi, in attesa di essere smistati e avviati verso le camere a gas e poi i forni crematori

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Questo poteva essere scritto sulle porte dei treni della morte, o all’ingresso dei campi di sterminio, al posto del famigerato Arbeit Macht Frei, dove, un novello Minosse, sadicamente imperturbabile, assegnava un posto: a destra o a sinistra: al lavoro o alla morte immediata. O, oggi, proprio oggi, l’insegna potrebbe campeggiare sui barconi dei disperati, che passano i mari alla ricerca, davvero, di un lavoro che renda liberi, che liberi dall’oppressione di poteri dispotici o della non meno tirannica fame, per trovare nuovi Minosse che li stipano in campi d’accoglienza ben poco accoglienti. Gli ignavi, sono coloro che ieri, oggi, guardano, e non fanno nulla. Un grande scrittore austriaco, Hermann Broch, chiamò incolpevoli quelli che, ai tempi della barbarie nazista, non fecero nulla per impedirla, pur non collaborando: non colpevoli ma neanche innocenti.

Cercasi Pluto, ovvero “della giustizia”

Pluto
Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

Chissà cosa voleva dire questa frase recitata con voce “chioccia”?! Ci vorrebbe, comunque, un nuovo Pluto – cioè la “giustizia”– che, il dito puntato, assegni la pena ai nuovi avari e prodighi: coloro che sono avari con gli altri, cui negano i diritti fondamentali, e prodighi con se stessi, concedendosi ogni privilegio a spese degli altri. E volentieri li vedremmo far rotolare macigni, loro che gli altri costringono alla fatica del vivere; ma questa è storia antica. Così come in novella palude dello Stige vedremmo volentieri affondare e rivoltarsi iracondi e accidiosi – i “caporali” che subito alzano la voce con i sottoposti, o chi, sempre a spese d’altri, si sottragga al proprio dovere. E ai violenti – quegli aguzzini di ieri e di oggi – metaforicamente assegneremmo un posto nel sangue bollente e vermiglio che hanno fatto versare alle proprie vittime, o una pioggia di fuoco, quella che loro, oltre che contro Dio, hanno scagliato contro vittime inermi. La sete di giustizia di Dante è quella dell’uomo giusto. Anche se non reclamiamo contrappassi a loro volta violenti, come quelli che il sommo Poeta s’è concesso nel suo viaggio-sogno – o viaggio-incubo – , possiamo consentire che la forza dell’esagerazione serve a porre nella giusta attenzione malversazioni e soprusi, che altrimenti finirebbero per apparire “normali”, quindi sopportabili e addirittura accettabili.

Simoniaci, ipocriti e ladri e consiglieri interessati

O Simon mago, o miseri seguaci
I Ladri
che le cose di Dio, che di bontate
deon esser spose, e voi rapaci
per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.

Così Dante se la prende con i simoniaci, con coloro che per denaro hanno fatto commercio di cose sacre. Quanti simoniaci sono intorno a noi! E svendono, a caro prezzo, in realtà,  cariche importanti, da cui dipende la vita di altri che a loro s’affidano, loro che ipocritamente dicono una cosa per farne un’altra, circondati da consiglieri interessati che assecondano il potente di turno e alla sua ombra coltivano il proprio orticello, senza rendersi conto che quell’ombra tutto inaridirà, e ogni frutto, ogni pianta avrà breve vita: traditori dei propri stessi familiari, col capo abbassato, e traditori della patria, con il capo alzato verso l’alto. Alla fine “ladri” che, nella potente immaginazione di Dante, possiamo veder avvolti da serpenti, serpenti che si trasformano in ladri, o ladri che si trasformano in serpenti, quali sono stati…

Conclusione (provvisoria)

Incombe, alla fine, la truce immagine di Lucifero a tre teste che con ciascuna bocca smembra un peccatore. Degno del peggiore degli incubi, dal quale, a notte trascorsa, però risvegliarsi e cercare come i due poeti le cose belle, che, nonostante tutto, sono in cielo. La discesa negli abissi, il viaggio alla termine della notte, può avere un finale non consolatorio, ma propositivo:

E quindi uscimmo a rivedere le stelle

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Riferimenti: Jorge Luis Borges, Nove saggi danteschi, Adelphi, 2001; Harold Bloom, Il canone occidentale, Bompiani, 1996 e Rizzoli, 2008; Hermann Broch, Gli incolpevoli, Einaudi, 1963; Viaggio al termine della notte è il grande romanzo antimilitarista di Louis-Ferdinand Céline (Corbaccio, 2011). Per sottolineare la capacità di Dante di parlare all’uomo d’oggi, si può ricordare il recente successo del thriller del dantista Francesco Fioretti, Il libro segreto di Dante, Newton Compton, 2011, libro che ha scalato le classifiche, coniugando suspence con serietà storico-filologica.

martedì 31 gennaio 2012

Calendario 2012 del Liceo Classico

In occasione del I Centenario dell'istituzione dell'Anno Internazionale della Donna, è stato realizzato il Calendario 2012 del Liceo Classico "A. Rosmini" di Palma Campania (Na) incentrato sulle conquiste sociali delle Donne e sui personaggi femminili che si sono distinti nel campo della cultura, della scienza e per l'impegno politico e sociale.

Alcune immagini del Calendario