Chi sono

Ho scelto di titolare il mio blog “Urli di colore” perché i miei dipinti hanno colori accesi, fortemente contrastanti. Sono come urli dell’anima; un misto di gioiosa espressione interiore e malinconia. È evidente a tal proposito il riferimento, in alcune opere , a Van Gogh, per il vigore e la violenza attraverso i quali esprime il suo malessere, e a Klimt per la ricerca decorativa. Ecco, nelle mie opere coesistono questi due elementi: il desiderio di realizzare cose esteticamente piacevoli e il bisogno incontrollato di esprimere un malessere intimo.



sabato 14 febbraio 2015

Un Viaggio verso la Luce. Commento alle illustrazioni del Calendario dell'Istituto Superiore "A. Rosmini" di Palma Campania



UN VIAGGIO VERSO LA LUCE

di Enzo Rega

Dio, il cielo, la donna




La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove


















Non sta a noi 
dire qui che la cantica del Paradiso è quella più teologica, e filosofica. D’altronde, basta la celebre terzina iniziale, riconducibile alla concezione di san Tommaso, per averne immediata conferma. Tomismo o meno, il Dio di Dante, pur “trascendente”, come deve essere per cristiani e cattolici, non se ne sta però semplicemente fuori e al di sopra delle cose. La sua luce, pur se con forza diversa, è presente in ogni parte del creato, tutto pervadendolo. Ma se Dio è in tutte le cose, c’è un luogo, più alto, nel quale la sua gloria splende pienamente. E il viaggio del Poeta lo sta portando proprio al suo cospetto.


















Ma adesso non bastano più la poesia e la cultura – cioè, Virgilio – per compiere questa decisiva tappa del percorso. Sono la donna, e l’amore, a permettere questo “miracolo”. Mentre descrive quattro cerchi che si congiungono per costituire tre croci – un’immagine insieme astronomica (per indicare equatore e meridiani terrestri) e religiosa (per alludere forse anche, al contempo, alle virtù cardinali e teologali), Dante incontra la “sua” donna:


quando Beatrice in sul fianco sinistro
vidi rivolta e riguardar nel sole



















È allora, come di rimbalzo, che, attraverso la direzione dello sguardo di Beatrice, anche quello di Dante si rivolge verso la luce del sole, riuscendo a fissarla più a lungo di quanto occhi umani normalmente possano. È come se Beatrice prendesse in grembo Dante, per condurlo verso Dio. La donna, al di là dei costumi dei tempi, e al di là della stessa concezione che la chiesa cattolica ne ha avuto, ha un ruolo centrale nel cristianesimo. Non è solo Eva che induce al peccato Adamo. È anche Maria, la Madonna (ovvero, la donna: questo significa madonna – mia donna), madre di Dio. Papa Luciani, nel suo brevissimo pontificato, ebbe l’occasione di dire una frase bellissima, a proposito della misericordia divina: “Dio è padre, anzi, è madre”.


















Ma anche per quanto concerne connubio tra amore e verità possiamo veder comparire, al di fuori degli intenti di Dante, una donna. Come non pensare, infatti, a Diotima, che Socrate e Platone considerano propria maestra – una donna. Diotima che dice: “amore è filosofo”. Cioè l’amore, anche quello per la bellezza terrena, ci “trascende” verso la verità. Non accade lo stesso a Dante, grazie al suo amore per Beatrice?


















Del divino e dell’umano
Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
muovesi l’acqua in un ritondo vaso,
secondo ch’è percosso fuori e dentro:
ne la mia mente fé subito caso
questo ch’io dico, sì come si tacque
la gloriosa vita di Tommaso,
per la similitudine che nacque
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui sì cominciar, dopo di lui, piacque














Di nuovo l’immagine di cerchi (il cerchio è simbolo di perfezione, ma anche dell’infinito), ma qui per una similitudine che indica il sovrapporsi di onde sonore, di un parlare che nasce dal silenzio e percorre gli spazi: la voce di san Tommaso, il dottore della Chiesa, e quindi portavoce di Dio stesso, e dall’altro di nuovo Beatrice, la voce umana che conduce però a Dio, e che richiama l’attenzione di Dante sulla luce divina. Il cerchio è anche quello delle anime che si dispongono intorno a Dante, prima di assumere l’aspetto di una croce greca con Cristo al centro. È l’insieme dei corpi (in questo canto XIV si presenta anche il dilemma della “resurrezione della carne”) che disegna la croce, l’emblema della vita ultraterrena nella quale si sublima il viaggio terreno. Pur nel più etereo Paradiso, la corporeità è presente, per quella commistione di anima e corpo che sono gli esseri umani, quella condizione assunta da Dio stesso che in Cristo si fa uomo. Anche il divino, dunque, si fa strada attraverso l’ineludibilità della carne.

Dante e la luce da portare nel mondo
Ché se la tua voce sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò fa d’onor non poco argomento.



Sono queste le celebri parole di Cacciaguida, il trisavolo di Dante, che profetizza l’esilio del suo discendente, e contemporaneamente lo investe d’una missione politica, o, ancora, in senso più ampio, etica. Il canto XVII è in una posizione centrale nel Paradiso, preceduto da sedici canti, e seguito da altrettanti sedici. Come a dire che il viaggio ultraterreno del suo protagonista non ha come scopo il solo rinnovamento interiore e personale dell’uomo-Dante. Al contrario, il cittadino-Dante ha una missione più alta che mira al rinnovamento dell’umanità intera. È nel mondo, nella città terrena, nella società che va portata la scintilla della luce e della verità contemplate.

Come non pensare allo schiavo della caverna di Platone, il quale, uscito all’aria libera, dopo aver goduto della luce del Bene, torna dagli altri prigionieri, nella grotta, a portare la verità, a rischio della propria vita stessa. Il Paradiso di Dante, dunque, è in stretto rapporto con la terra, pur ancora essa civitas diaboli. Il messaggio di Dante diventa sempre più universale. Nei due canti precedenti, in cui compare già Cacciaguida, ci si è andati liberando da ogni “incrostazione cronachistica” e Dante diventa l’uomo giusto che attacca i corrotti non più spinto da eventuale e meschino livore personale.

Se già il ruolo di Virgilio nelle cantiche precedenti ci fa capire che è la cultura, pur in relazione alla fede (il connubio ragione-fede è rappresentato dallo stesso Tommaso d’Aquino), è la sola a poter liberare l’uomo, qui viene riaffermata con grande forza, e alta poesia, la funzione salvifica della verità.

La visione della verità nel Dio-universo
Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura, 
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che l’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

È Bernardo di Chiaravalle a pronunciare, all’inizio dell’ultimo Canto, questa celebre orazione “presentando” Dante alla Madonna. San Bernardo, mistico e teologo, prende dunque il posto di Beatrice nella tappa finale di avvicinamento a Dio: ma anche qui il percorso prosegue grazie all’intercessione di un’altra figura femminile: Maria, madre di quel Dio di cui pure è figlia e alla cui mediazione si deve dunque l’incarnazione con la quale Dio-Cristo vuole ricondurre a sé un’umanità sviata aprendole la porta del cielo.

Ma che Bernardo sia studioso raffinato, versato in particolare negli studi mariani, dice di nuovo che amore e sapere sono inscindibili. Grazie a lui, finalmente Dante può gettare uno sguardo nella “luce etterna”, in quell’“amor che move il sole e l’altre stelle”. Ma qui a Dante viene meno il linguaggio, non c’è parola umana che possa descrivere ciò che vede. E tornano le immagini di un cerchio nel quale ora sono dipinte le figure degli esseri umani: ma la difficoltà di Dante è quella di capire come alla forma del cerchio si adatti quella umana.

L’aspetto più grandioso è quello per il quale, nella visione di Dio, si coglie, in un attimo tutta la vicenda dell’universo: qualcosa che appunto non si può ridire. Dante si sperde e si bea allo stesso tempo nella visione di un “universo” che raccoglie istantaneamente il “pluriverso” di tutto ciò che è esistito, che esiste, che esisterà. Non solo Dio è in tutte le cose, ma tutte le cose sono in Dio. La missione umana-troppo umana di Dante, che pure abbiamo visto preconizzata, a sua volta “s’indova”, si inscrive in un’immensa tessitura cosmica, tra micro e macrocosmo. Tra uomo e Dio:

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.


Nota. Abbiamo seguito la seguente edizione: Dante Alighieri, “Commedia – Paradiso”, a cura di Emilio Pasquini e Antonio Quaglio, Garzanti, Milano 1986




Il Paradiso di dante. Un Viaggio verso la Luce. Premessa di Enzo Rega

Eccoci al Calendario 2015 dell’Isis “Rosmini” di Palma Campania. Una tradizione cominciata più di dieci anni fa, ormai, quando il nostro Istituto era ancora, ufficialmente, un Liceo classico, pur con altri indirizzi, allora sperimentali. Non a caso, quindi, il primo Calendario fu dedicato al mondo classico. Nel corso degli anni, i temi prescelti si sono mossi tra attenzione al territorio – personaggi, giardini e palazzi di Palma, nonché al suo Carnevale –, a ricorrenze – l’anniversario della morte di Pasolini e i centocinquant’anni dell’unità nazionale –, a tematiche d’attualità, come la condizione femminile, e ad altri aspetti della cultura: il viaggio di Ulisse nell’Odissea, o quello di Dante nell’oltretomba. È proprio l’itinerario dantesco che viene ora a compimento con questa edizione dedicata all’ultima cantica, il Paradiso, dopo led tappe degli anni scorsii, riservate a Inferno e Purgatorio.
Come sempre, un commento affianca le tavole. Un commento che non vuole certo essere, e non potrebbe in questo contesto, un’analisi filologica e critica. Piuttosto, cogliere qua e là spunti per una riflessione che possa valere anche per l’oggi, in quest’epoca e in questo mondo tormentati, nella speranza che il riferimento alla cultura, alla ragione e al sentimento artistico possa servire da antidoto contro barbarie sempre rinascenti.
Collaborano allora, su queste pagine, testo e immagini. Supporto ineludibile, quello della vista, nel rispolverare il classico per eccellenza della nostra letteratura, oggi, nel pieno di quella che viene chiamata “civiltà delle immagini”. Ma se ci pensiamo, ogni civiltà ha conosciuto il proprio corredo di immagini. La stessa Commedia di Dante ha avuto celebri illustratori. Le chiese e i palazzi dei nobili hanno sempre avuto  le loro gallerie di immagini – quadri, affreschi, arazzi. Le stesse facciate delle case recavano i propri ornamenti raffigurativi. Quella umana, da quando, nelle caverne, l’uomo ha cominciato a usare le mani per disegnare e ricavare pigmenti naturali, è sempre stata una civiltà delle immagini, appunto fin dalla preistoria, e prima di ciò che consideriamo “civiltà”.
In questa grande illustrazione dell’umanità allora si inseriscono, con pudore, questi commenti visivi dell’opera di Dante, affidati come sempre, per quanto riguarda i nostrani calendari, alla mano e allo sguardo di Mario Errico, docente di arte del “Rosmini”. Qui alle prese con una cantica meno iconica e più astratta, teorica, com’è quella del Paradiso. C’è allora una velatura violacea che attraversa le varie tavole a rendere questa atmosfera eterea, nella quale tuttavia, raccogliendo la sfida, calare i personaggi: cioè, per dirla con il Dante dell’ultimo canto del Paradiso, il XXXIII, e il centesimo complessivo, a fare la quadratura del cerchio, ad adattare la figura umana a quella circonferenza che il Poeta vede dinnanzi a sé. Al Dante, intento a scrivere nella poca ma serena luce della sua stanza, segue l’immagine di Beatrice, che lo solleva alla luce celeste, e quella di Barnardo che pone il Poeta davanti alla stessa luce divina, in un’esplosione – quasi da cosmico Big-Bang – che sovrasta le due figure. Questo viaggio verso la luce, nella luce, affronta Errico, anche con i vividi colori che, allo stesso tempo, sembrano pastellati (non è questa connotazione tecnica), nel senso che conservano in sé la pasta, la materia di cui sono fatti: come le anime sono ancora, nella resurrezione dei corpi, la carne che furono. E l’esplosione dei colori si mantiene, in queste tavole, allo stesso tempo come soffusa. L’unico modo per avvicinarsi a un mistero insondabile all’occhio, alla parola, alla mente umani.

Enzo Rega

venerdì 13 febbraio 2015