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| Tecnica: biro e pastello |
Chi sono
Ho scelto di titolare il mio blog “Urli di colore” perché i miei dipinti hanno colori accesi, fortemente contrastanti. Sono come urli dell’anima; un misto di gioiosa espressione interiore e malinconia. È evidente a tal proposito il riferimento, in alcune opere , a Van Gogh, per il vigore e la violenza attraverso i quali esprime il suo malessere, e a Klimt per la ricerca decorativa. Ecco, nelle mie opere coesistono questi due elementi: il desiderio di realizzare cose esteticamente piacevoli e il bisogno incontrollato di esprimere un malessere intimo.
martedì 8 marzo 2011
lunedì 7 marzo 2011
Don Chisciotte e Sancio Panza
L'acquerello
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| Giovanni Paolo II |
sabato 8 gennaio 2011
giovedì 6 gennaio 2011
L'Unità d'Italia, 150 anni tra fiction e realtà
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| L'immagine di copertina del Calendario 2011 |
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| La dodicesima tavola del Calendario |
La quarta tavola presenta la scena finale di “1860 I Mille di Garibaldi”, film di Alessandro Blasetti del 1934 che fa rivivere le vicende che prepararono lo sbarco a Marsala con l'aiuto dei picciotti siciliani. Il Capolavoro di Blasetti fa passare in secondo piano la figura di Garibaldi esaltando invece l'apporto delle masse popolari con l'ausilio di attori non professionisti nella migliore tradizione neorealista. Il noto incontro a Teano, rivisitato da Roberto Rossellini nel film: “Viva l'Italia” del 1961 e l'immagine di Vittorio Emanuele II, sono il tema trattato nella quinta tavola del Calendario. Qui Rossellini rievoca un Garibaldi miope e reumatico ridotto a una dimensione più umana e familiare tralasciando un'immagine troppo oleografica ma senza rinunciare a un tono poetico nella trattazione dei fatti salienti. La sesta tavola illustra invece la breccia di Porta Pia con la gloriosa corsa delle truppe italiane nell'ultima battaglia che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale della Chiesa con la controversa figura di Pio IX. Seguono poi immagini dedicate a personaggi di rilievo per il loro contributo intellettuale, politico e artistico come Giuseppe Mazzini, Camillo Benso conte di Cavour e Giuseppe Verdi nella settima, ottava e nona tavola illustrata. L'importante ruolo della letteratura per ragazzi è citato viceversa nelle tavole decima e undicesima. Edmondo De Amicis che con il libro “Cuore” mostra uno spaccato dell'Italia post-unitaria ancora priva di radici comuni che sta cercando di costruire una propria identità nazionale. L'Autore, forse con eccessivo sentimentalismo esalta i valori comuni del patriottismo, della solidarietà, del rispetto della diversità e l'importanza della scuola come strumento di crescita sociale e civile. Le avventure di Pinocchio di Collodi, invece, rivisitato nel 1972 nella fiction televisiva di Luigi Comencini, presenta un mondo contadino in un Italia post-unitaria dove la mancata attenzione ai bisogni dell'infanzia determina un crescita forzata dell'eroe del racconto. Con la dodicesima tavola è ancora il cinema che sollecita un riflessione sul tema risorgimentale. Infatti nel 1963 Luchino Visconti gira il film: “il Gattopardo” tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Qui il protagonista, interpretato da Burt Lancaster, è l'ultimo esponente di un'aristocrazia decadente che, consapevole della rivoluzione in atto nella società, dopo lo sbarco delle truppe garibaldine in Sicilia, elabora una filosofia inquietante “cambiare tutto affinché non cambi niente”. Infine, le tavole tredicesima e quattordicesima sono dedicati a due aspetti che hanno afflitto l'Italia post-unitaria: il brigantaggio e l'emigrazione. Fenomeni questi mai completamente risolti e che ci hanno accompagnati fino ai giorni nostri. La criminalità organizzata capace di risorgere e di adattarsi ai cambiamenti della società e il triste abbandono di un paese incapace di garantire a tutti i suoi figli una vita decorosa o la sola speranza di un futuro migliore.
Mario Errico
sabato 3 luglio 2010
Schizzi
sabato 29 maggio 2010
domenica 9 maggio 2010
La Traccia e il Colore

domenica 28 febbraio 2010
venerdì 26 febbraio 2010
Calendario del Liceo 2010
LA CONFUSIONE DEL CARNEVALE: DA BABILONIA A PALMA
Una festa del mondo cattolico.
“A carnevale ogni scherzo vale”, dice un famoso adagio popolare. Questa espressione bene sintetizza lo spirito
che prevale in questa festa, che è quella dell’inversione dei ruoli: almeno una volta all’anno, le convenzioni sociali e le posizioni occupate in società si rovesciano. Il servo diventa padrone e il padrone diventa servo. Sebbene, come ci informano le enciclopedie, la festa sia soprattutto diffusa nel mondo cattolico, essa ha origini più antiche. Anzitutto, possiamo andare indietro fino ai Baccanali e ai Saturnali (dove propriamente compariva lo scambio dei ruoli) del mondo latino, ma sembra non ci si debba fermare lì. Esso sarebbe presente anche nel mondo orientale (pensiamo anche ai “Cherubs” che nell’antico Egitto si celebravano nell’equinozio d’autunno), e l’etimologia secondo qualche studioso non ricondurrebbe al “carnem levare”, cioè all’astinenza dal mangiare carne, tipico della Quaresima che comincia all’indomani del martedì grasso, con il quale termina il periodo carnevalesco.
Suggestioni orientali.
Secondo certe proposte interpretative, veramente minoritarie, ma non per questo meno interessanti, la parola “carnevale” verrebbe da “carro navale”. Il periodo del carnevale è caratterizzato, da un punto di vista cosmologico e astrologico, da una sorta di alterazione nel normale movimento degli astri, una sorta di infrazione del codice che regola il mondo celeste al quale si sarebbe fatto corrispondere, sin dall’antichità, una festa che rappresentasse, sulla terra, la stessa trasgressione: da qui l’inversione dei ruoli. E il movimento degli astri come sarebbe stato concretamente rappresentato in questa festa? Proprio con una sfilata di “carri navali” che si succedevano come gli astri nel cielo. E il carro navale, cioè il vascello, avrebbe proprio la forma, seppure collocato diversamente, della mezzaluna che troviamo ad esempio nella bandiera turca. Questo corteo di carri è quello che ritroviamo poi nei carnevali che meglio conosciamo: i carri mascherati di Viareggio ad esempio. E anche nella sfilata de
lle quadriglie palmesi il concetto è lo stesso. Ma ancora, seguendo questa “pista” medio-orientale, troviamo che in un'epigrafe, scritta attorno al 3000 a.C. a Babilonia, si fa menzione di una festa in cui l'ancella prendeva il posto della signora, lo schiavo incedeva con il rango del signore e il potente stava in basso come l'uomo comune. Ma un’altra suggestione dal mondo medio-orientale ci viene anche relativamente a un altro aspetto che caratterizza il carnevale, il mascheramento: “maschera” viene dalla parola araba “maskar” che indica il “trucco”. Non a caso abbiamo un altro termine “mascara”, che ben conoscono anche le donne occidentali. Il mascheramento,
a sua volta, è funzionale all’altro discorso: quello dell’inversione dei ruoli. Con la maschera si acquista, almeno per un giorno, un’identità diversa da quella che ci contraddistingue
nella vita normale. E anche qui ritorniamo a Palma Campania: le diverse quadriglie adottano ciascuna un mascheramento a tema, l’uno diverso dall’altro e l’uno in gara con l’altro in creatività e fantasia.
Goethe e il Carnevale romano del 1787.
Però forse non è giusto “banalizzare” l’allegria del carnevale, vedendo in esso solo la realizzazione di un semplice desiderio di divertirsi. A ben vedere, lo sgomento per l’infrazione delle (apparentemente) immutabili leggi celesti, a cui corrisponde l’effimero (semel in anno) ribaltamento dei rapporti sociali e degli schemi della vita quotidiana, dà al carnevale anche un retrogusto amaro. Come ben notava Johann Wolfgang Goethe che, nel suo “Viaggio in Italia”, così annotava il 21 febbraio 1787, giorno di mercoledì delle ceneri: “Finalmente le pazzie carnevalesche sono terminate. Anche gli innumerevoli moccoli di ieri sera erano uno spettacolo da matti.
Bisogna averlo visto, il carnevale romano, per perdere del tutto la voglia di rivederlo. Descrivere questa baldoria è fatica sprecata; ma a discorrerne a voce potrebbe anche divertire. Intanto è spiacevole aver la sensazione che a tutta questa gente la gioia vera sia estranea e che le manchi il denaro per dar la stura a quel po’ di divertimento, che ancora potrebbe procurarsi. I gran signori vivono economicamente e si tengono indietro, la borghesia è povera, il popolo indolente. In questi ultimi giorni c’è stato un baccano inverosimile, ma di letizia sincera nemmeno l’idea. Il cielo, inesprimibilmente bello e sereno, guardava queste stravaganze sempre pieno di nobiltà e di purezza. Non essendo possibile riprodurre simili scene, vi mando, per fare stare allegri i ragazzi, alcune maschere carnevalesche e alcuni caratteristici costumi romaneschi disegnati ed alluminati” (tr. it. di Eugenio Zaniboni).
Il Carnevale Palmese. Le origini.
Tra i carnevali più importanti della Campania, il carnevale palmese risale almeno, per le forme attuali, all’inizio del novecento, anche se, preso da lontano, deriva dal carnevale napoletano del seicento che, al tempo, prima di dilagare negli altri quartieri della capitale partenopea, si teneva nel quartiere del Carmine. In qualche manifestazione del carnevale napoletano si trovano infatti degli elementi confluiti in quello palmese, dandogli il suo carattere specifico. Nel carnevale napoletano si realizzava la “Sfilata del capitano spagnolo”, una maschera popolare accompagnata da un corteo di pulcinella non mascherati che agitavano tamburelli i quali, a un cero punto, si disponevano in cerchio intorno al capitano che tra gli applausi si esibiva in una frenetica tarantella: ecco lo schema delle nostre quadriglie.
Le Quadriglie sono proprio l’elemento caratteristico che distingue quello palmese da altri carnevali campani o di altre terre. Come in altre feste, finita una manifestazione, si
comincia già a pensare a quella successiva. Così, a Palma, finita l’esibizione di una Quadriglia, il gruppo che l’ha costituita comincia a pensare a quella dell’anno successivo. Ma cos’è la “quadriglia”? La parola potrebbe risalire dallo spagnolo “cuadrilla” che indica la disposizione a quattro per ogni fila, o dal francese “quadrille” che indica una danza transalpina nata nel settecento: ma siccome nel carnevale napoletano, da cui discende il nostro, esistevano gruppi di quattro maschere chiamate per l’appunto quadriglie, l’ipotesi etimologica spagnola è la più probabile. La prima quadriglia sembra essere stata guidata dal maestro Biagio ’o seggiaro, e nel tempo si sono succeduti molti maestri celebri, dotati di particolari capacità istrioniche e strettamente imparentati al “pazzariello” napoletano, che sono stati (e sono) l’anima del proprio gruppo. Oggi le quadriglie possono arrivare a contare fino a duecento persone. Esse dispongono di una banda professionale che arriva a quindici elementi i cui strumenti a fiato (clarinetti, tromboni, sassofoni ecc.) fungono da guida; c’è poi la “piccola banda” dove trionfano gli strumenti a percussione come la grancassa, il tamburo, piatti e cimbali, a cui spetta il difficile compito di dare l’attacco alle canzoni e di portare il tempo. Tutta un’altra serie di strumenti di legno della tradizione (tammurelle, triccaballacche, putipù, scetavaiasse) vengono suonati dagli altri componenti della quadriglia anche se non sono provetti musicisti. Ma per giorni e giorni, con entusiasmo e dedizione che diventa quasi esclusiva, si provano i pezzi che faranno parte del Canzoniere (costituito da canzoni celebri di oggi o anche di ieri) eseguito poi nell’esibizione pubblica. Caratteristica della Quadriglia è poi il mascheramento legato a un tema che viene cambiato anno per anno: e anche questo sviluppa creatività e fantasia, perché bisogna escogitare sempre qualcosa di nuovo. Una volta i costumi erano fatti in casa, ora ci si affida a sartorie esperte. Manifesto della Quadriglia è la cosiddetta “canzone d’occasione”,
scritta ex-novo e musicalmente perlopiù adattata al motivo di una canzone esistente, nella quale
si esprime il motivo del mascheramento e alla quale si
affida eventualmente un messaggio. Declinata nel corso del tempo, la “canzone d’occasione” ha trovato un suo rilancio ormai da diversi anni grazie ad un Progetto del Liceo “Rosmini” di
Palma che bandisce un concorso per la migliore composizione relativa.
Il Carnevale Palmese tra passato, presente e futuro.
Senz’altro encomiabile è il fatto che nonostante le veloci trasformazioni, la tradizione del Carnevale rimanga forte nel paese e sia sentita anche dai giovani, come se questa passione si trasmetta con il patrimonio genetico stesso. La sua perpetuazione però richiede ovviamente anche anno per anno ritocchi o innovazioni. L’importante è che non si snaturi ma, rispetto all’invasione della globalizzazione omologante conservi, la sua specificità. Nella sfida dei tempi è importante che si sappia “globalizzare” (cioè allargare ed esportare) le proprie specificità in una “globalizzazione del particolate” contrapposta a una passiva accettazione locale dei modelli consumistici altrove dominanti.
Testo di Enzo Rega
Riferimenti: Biagio Peluso, “Il Carnevale Palmese”, Tip. Domenico Della Corte, 1986; Floriana Nappi,
“Le quadriglie. Storia e tradizioni del carnevale di Palma Campania”, Pubbliluca s.a.s, 1999; www.carnevalepalmese.eu; “Il Custode della Memoria – Canzoni d’Occasione 2000” a cura della Prof.ssa Concetta Peluso, febbraio 2006. La ripresa della “canzone d’occasione” si deve al Progetto “Non solo coriandoli” del liceo “Rosmini” e all’attività infaticabile delle docenti Concetta e Maria Teresa Peluso.
Sono stati tenuti ancora presenti: Johann Wolfgang Goethe, “Viaggio in Italia”, “Bur” Rizzoli, 1991 e Florens Christian Rang, “Psicologia storica del carnevale”, Bollati Boringhieri, 2008 (quest’ultimo per le suggestioni orientali).







