Chi sono

Ho scelto di titolare il mio blog “Urli di colore” perché i miei dipinti hanno colori accesi, fortemente contrastanti. Sono come urli dell’anima; un misto di gioiosa espressione interiore e malinconia. È evidente a tal proposito il riferimento, in alcune opere , a Van Gogh, per il vigore e la violenza attraverso i quali esprime il suo malessere, e a Klimt per la ricerca decorativa. Ecco, nelle mie opere coesistono questi due elementi: il desiderio di realizzare cose esteticamente piacevoli e il bisogno incontrollato di esprimere un malessere intimo.



mercoledì 19 dicembre 2012

L'inferno di Dante. Un viaggio tra dolore e speranza

Anche quest'anno, il Liceo Classico "A. Rosmini di Palma Campania, propone il Calendario Illustrato con i disegni di Mario Errico e il commento di Enzo Rega.
Di seguito, il commento di Enzo Rega e alcuni particolari delle illustrazioni del Calendario.

L’INFERNO DI DANTE. UN VIAGGIO TRA DOLORE E SPERANZA
di Enzo Rega

Dante nella Selva oscura
La poesia contro smarrimento e violenza
Nonostante le sofferenze di tanti studenti – il disagio di chi deve accostarsi a un capolavoro la cui lettura viene imposta, e come fare diversamente se si vuole che una civiltà progredisca a partire da quanto di grande ha prodotto? – la Divina Commedia e il suo autore Dante Alighieri continuano a farci onore anche all’estero. Tanto per fare solo qualche esempio, il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges invidiava la nostra Commedia e i grandi studiosi che l'avevano commentata; e il critico americano Harold Bloom inseriva il poema nel suo Canone occidentale, considerandolo secondo per universalità solo ai drammi di Shakespeare: possiamo non essere d’accordo sulla graduatoria finale, ciò testimonia comunque l’incondizionata considerazione in cui la grande cultura ha tenuto e tiene quest’opera. Non solo, ma cosa dire invece, per la “fruizione” popolare, dei vecchi contadini toscani che ne sanno recitare interi canti a memoria? È quella tradizione che vede uno degli ultimi eredi in Roberto Benigni, che, insieme al fascino dell’endecasillabo dantesco, sa far sprizzar fuori, nelle sue letture, anche la capacità di Dante di parlare alle donne e agli uomini di oggi.
Come non riuscire a sentire che quell’eccezionale attacco

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita



La lupa
non solo vibra nei nostri petti nei momenti di personali smarrimenti, ma riecheggia nelle vicende di popoli interi e in intere epoche, come quella che viviamo ora, in cui un intero Paese, un’intera civiltà – quel mondo occidentale della cui storia Dante è stato uno dei maggiori rappresentati e interpreti – sembrano andare alla malora. E si sa come la “corda civile” fosse per il poeta fiorentino così forte nella sua opera e nella sua vita. Eccoci quindi tutti esposti all’attacco delle tre fiere, lonza leone e lupa, vale a dire – come qualcuno ne interpreta i significati allegorici – lussuria violenza e frode, o qualcosa del genere. Se Dante ripiega timoroso su se stesso, soprattutto sotto la minaccia livida della lupa – la più infida e misteriosa delle tre belve – è l’improvvisa comparsa di Virgilio a sottrarlo al pericolo. Virgilio: la poesia, la cultura. Non è forse, anche di questi tempi, nei nostri tempi, che ci sia di nuovo bisogno, dopo che l’assalto congiunto di ladri e fornicatori l’ha fatta da padrone a lungo, di cultura
Gli Ignavi

Caronte del XX secolo
Li abbiamo visti quei corpi ammassati, stipati in vagoni ferroviari, li abbiamo visti, nudi, in attesa di essere smistati e avviati verso le camere a gas e poi i forni crematori

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Questo poteva essere scritto sulle porte dei treni della morte, o all’ingresso dei campi di sterminio, al posto del famigerato Arbeit Macht Frei, dove, un novello Minosse, sadicamente imperturbabile, assegnava un posto: a destra o a sinistra: al lavoro o alla morte immediata. O, oggi, proprio oggi, l’insegna potrebbe campeggiare sui barconi dei disperati, che passano i mari alla ricerca, davvero, di un lavoro che renda liberi, che liberi dall’oppressione di poteri dispotici o della non meno tirannica fame, per trovare nuovi Minosse che li stipano in campi d’accoglienza ben poco accoglienti. Gli ignavi, sono coloro che ieri, oggi, guardano, e non fanno nulla. Un grande scrittore austriaco, Hermann Broch, chiamò incolpevoli quelli che, ai tempi della barbarie nazista, non fecero nulla per impedirla, pur non collaborando: non colpevoli ma neanche innocenti.

Cercasi Pluto, ovvero “della giustizia”

Pluto
Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

Chissà cosa voleva dire questa frase recitata con voce “chioccia”?! Ci vorrebbe, comunque, un nuovo Pluto – cioè la “giustizia”– che, il dito puntato, assegni la pena ai nuovi avari e prodighi: coloro che sono avari con gli altri, cui negano i diritti fondamentali, e prodighi con se stessi, concedendosi ogni privilegio a spese degli altri. E volentieri li vedremmo far rotolare macigni, loro che gli altri costringono alla fatica del vivere; ma questa è storia antica. Così come in novella palude dello Stige vedremmo volentieri affondare e rivoltarsi iracondi e accidiosi – i “caporali” che subito alzano la voce con i sottoposti, o chi, sempre a spese d’altri, si sottragga al proprio dovere. E ai violenti – quegli aguzzini di ieri e di oggi – metaforicamente assegneremmo un posto nel sangue bollente e vermiglio che hanno fatto versare alle proprie vittime, o una pioggia di fuoco, quella che loro, oltre che contro Dio, hanno scagliato contro vittime inermi. La sete di giustizia di Dante è quella dell’uomo giusto. Anche se non reclamiamo contrappassi a loro volta violenti, come quelli che il sommo Poeta s’è concesso nel suo viaggio-sogno – o viaggio-incubo – , possiamo consentire che la forza dell’esagerazione serve a porre nella giusta attenzione malversazioni e soprusi, che altrimenti finirebbero per apparire “normali”, quindi sopportabili e addirittura accettabili.

Simoniaci, ipocriti e ladri e consiglieri interessati

O Simon mago, o miseri seguaci
I Ladri
che le cose di Dio, che di bontate
deon esser spose, e voi rapaci
per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.

Così Dante se la prende con i simoniaci, con coloro che per denaro hanno fatto commercio di cose sacre. Quanti simoniaci sono intorno a noi! E svendono, a caro prezzo, in realtà,  cariche importanti, da cui dipende la vita di altri che a loro s’affidano, loro che ipocritamente dicono una cosa per farne un’altra, circondati da consiglieri interessati che assecondano il potente di turno e alla sua ombra coltivano il proprio orticello, senza rendersi conto che quell’ombra tutto inaridirà, e ogni frutto, ogni pianta avrà breve vita: traditori dei propri stessi familiari, col capo abbassato, e traditori della patria, con il capo alzato verso l’alto. Alla fine “ladri” che, nella potente immaginazione di Dante, possiamo veder avvolti da serpenti, serpenti che si trasformano in ladri, o ladri che si trasformano in serpenti, quali sono stati…

Conclusione (provvisoria)

Incombe, alla fine, la truce immagine di Lucifero a tre teste che con ciascuna bocca smembra un peccatore. Degno del peggiore degli incubi, dal quale, a notte trascorsa, però risvegliarsi e cercare come i due poeti le cose belle, che, nonostante tutto, sono in cielo. La discesa negli abissi, il viaggio alla termine della notte, può avere un finale non consolatorio, ma propositivo:

E quindi uscimmo a rivedere le stelle

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Riferimenti: Jorge Luis Borges, Nove saggi danteschi, Adelphi, 2001; Harold Bloom, Il canone occidentale, Bompiani, 1996 e Rizzoli, 2008; Hermann Broch, Gli incolpevoli, Einaudi, 1963; Viaggio al termine della notte è il grande romanzo antimilitarista di Louis-Ferdinand Céline (Corbaccio, 2011). Per sottolineare la capacità di Dante di parlare all’uomo d’oggi, si può ricordare il recente successo del thriller del dantista Francesco Fioretti, Il libro segreto di Dante, Newton Compton, 2011, libro che ha scalato le classifiche, coniugando suspence con serietà storico-filologica.

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